Pizzano - Testo descrittivo della Chiesa di San Biagio

(Monterenzio).

Le notizie sulla chiesa di San Stefano di Monterenzio sono state tratte dalla monumentale opera "Le chiese parrocchiali della diocesi di Bologna, ritratte e descritte" edita dalla Litografia Marchi e Corty, Tipografia di San Tommaso D'Aquino, 1844/1851

La Chiesa di San Biagio di Pizzano, oggetto di questo scritto, è la ventunesima chiesa che appare illustrata e descritta all'interno del Tomo II°, pubblicato nel 1847

Trascrizione integrale del testo contenuto nelle pagine descrittive della chiesa:

"Incontrasi il territorio di Pizzano fuor di porta maggiore a 11 miglia dalla città, ed è circoscritto dai distretti di Monte Armato, di Vignale, di Sassuno, di S. Maria di Zena, e Monterenzo; nè abbiamo alcuna memoria che ci dia contezza dell’origine del tempio parrocchiale, che però deve essere antichissima, rimontando ai più lontani secoli dell’era nostra questo luogo colla sua presente denominazione. Anzi ha motivo a credere che la parola Pizzano sia derivata da un cognome romano; e il nostro Malvezzi asserisce di aver rinvenuto nelle iscrizioni di Cruterio una gens Pitia, e opina che da questa stasi poi, col corrompersi del vocabolo, formato il nome del nostro luogo. Volendo però tener discorso di questa parrocchiale con dati positivi, dietro autentiche notizie estratte dall’archivio arcivescovile, diamo per certo che esisteva, ed era già parrocchia nel 1378. e che fu sempre di libera collazione della sacra mensa di Bologna come trovasi al presente; e dipendente pure a quei tempi dalla plebanale di Monte Cerere, come ai nostri giorni. Anzi in un elenco del 1366 che novera le chiese parrocchiali del contado bolognese, trovasi che nel nostro distretto era ancora un’altra parrocchia dedicata a Sant’Anna la quale medesimamente apparteneva alla stessa congregazione plebanale: non sappiamo però se sia da tener per certa questa notizia, perchè le memorie dell’archivio arcivescovile non ce ne danno alcun cenno, nè abbiamo trovato il minimo indizio della abolizione di una tale parrocchia. Nell’archivio parrocchiale sono libri che datano dal 1616 dai quali si conosce che in quell’epoca era parroco D. Domenico Conti, e da quello fino al presente. Molto Reverendo Signor D. Giuseppe Fedeli sei parrochi hanno tenuto il regime spirituale di questa terra. In quanto ai ristauri fatti alla chiesa non possiamo parlare se non partendoci dal 1700, nel qual anno essa era condotta a tale stremo che fu mestieri appuntellarla da ogni parte, perchè non rovinasse. Allora eravi a parroco un D. Domenico Michele Amadori il quale aiutato dai parrocchiani, ma per la maggior parte a sue spese si diede a riattarla, e tanto vi si adoperò che in pochi anni la ridusse ad uno stato lodevole, e in quella forma che tuttora vedesi; nè qui cessarono le cure del sullodato parroco; chè la sacerdotale dimora pur essa aveva necessità di ristauri, e tanto ne abbisognava che non era abitabile, e per ben due anni fu costretto a soggiornar in un casino che era in poca distanza dalla chiesa. Volendo però questo onorevole sacerdote rendere quella canonica tale da potervisi ricoverare, vi spese attorno quanto aveva, accattò limosine, e gli riuscì non solo di tornarla abitabile, ma ancora potè aumentarla di alcune camere; onde vuolsi premiare la nobile liberalità di quel ministro dell’altare colla lode che meritano tutti i cuori generosi, che invaghiti del vero decoro spregiano le fatiche, e non la perdonano a stenti per raggiungerlo. Nella primavera del 1818 irruppe una frana così estesa che fece smotare circa 12 tornature di terreno di cui una parte formava porzione del benefizio parrocchiale trascinando pur seco due fanciulli di 12 anni; e senza l’ostacolo di un monte contro cui rumoreggiante a guisa di terremoto fermossi il dilagato terreno, chi sa quanti maggiori guasti sarebbero accaduti. In questa circostanza un angolo del tempio si smosse mancando di solidità, onde la chiesa minacciando ruina fu sospesa dal 1819 al 1820, anche perchè troppo erasi impoverito il beneficio parrocchiale. Il Molto Reverendo D. Gio. Piacenti ebbe ricorso alla legazione per un qualche soccorso, ma inutilmente; onde raccolte le offerte dei parrocchiani, e aiutato da S. E. Rev. l’Arcivescovo Oppizzoni, che somministrò 40 scudi diede opera a rinforzare il fianco dell’edifizio e si potè renderlo stabile. L’attual parroco e succesore al Piacenti rinovò le istanze per ottenere qualche miglioramento nel benefizio parrocchiale, e nulla essendogli stato concesso, si diede a coltivare nel 1824 il terreno franato che già erasi fatto consiste, e colla sua solerzia e costanza, e costanza lo ha ridotto a podere di bella tenuta con suoi filari di alberi vitati aumentando colla sua industria di non poco il suo benefizio. Diciotto anni dopo il citato franamento quell’angolo della chiesa che era stato ristaurato fece nuovamente pelo in modo tale che fu mestieri rifarvi lavori per fortificarlo, le cui spese furono sostenute dai parrocchiani, concorrendovi per 20 scudi l’Eminentissimo Oppizzoni; ma nuovamente mostra varie screpolature, perchè il fondo del suolo essendo tufaceo non può avere durevole consistenza.
     La chiesa di Pizzano nel suo interno è d’ordine composito a volta, ed ha due altari laterali ridossati al muro, dei quali quello a cornu evangelii è dedicato al SS. Rosario, dove ha un dipinto in tela rappresentante i misterii, il quale è di bella fattura, e fu dipinto nel 1630, fatto ritoccare a spese dei parrocchiani nel 1780. L’altare a cornu epist. ergesi ad onore di S. Bastiano rappresentato da un dipinto in cui ammiransi non pochi pregi artistici. L’altar maggiore poi è sacro a S. Biagio la cui effigie mirasi ritratta in una tela collocata nel medesimo. Questa chiesa e senza coro; ha una cantoria con organo buono, ed è quello che era alla Trinità in Bologna comprato dai parrocchiani per cura del parroco nominato Sig. D. Gio. Piacenti; vi ha ancora il pulpito con un confessionale su cui vedesi un dipinto che rappresenta Gesù Crocifisso. Fra le opere fatte dal parroco attuale a maggior decoro della nostra chiesa vuolsi annoverare il cimitero parrocchiale; ma il bel campanile disegnato dallo stesso architetto che disegnò quello di Sassuno, che è veramente leggiadro, fu fatto in altri tempi. In esso sono tre piccole, ma ben concertate campane quelle pure fatte fondere dal parroco Signor D. Michele Amadori. Ai tempi del Calindri questa chiesa conteneva una campana fusa nel 1345 attorno alla quale in caratteri barbari, e in rilievo leggevasi quanto segue -- Matheus Ugolini me fecit A. D. MCCCXXXXV. Il giorno 3 Febbraio è giorno di solennità pei popolani di questo circondario, perchè in esso celebransi le glorie di S. Biagio patrono della loro parrocchia; nel cui distretto l’Agosto del 1847 capiscono circa 397 individui. In esso sono soltanto due oratorii pubblici, e cioè quello dedicato a Sant’ Anna di proprietà del Signor Luigi Fabbri, e l’altro sacro a S. Quirico appartenente al Signor Domenico Amanuzzi. L’abate Calindri nel suo Dizionario Corografico parlando di distretto parrocchiale dice che a suoi tempi vi si trovava un oratorio sotto gli auspicii di Sant’Antonio Abate; ed era situato vicino al luogo detto Malapasqua; ma un tale oratorio oggi più non esiste, nè sappiamo quando venisse abolito. Giacchè non abbiamo più altra cosa da aggiungere riguardo alla storia religiosa di questa terra, entreremo a discorrere brevemente le notizie della storia civile, che del medesimo sono infino a noi pervenute. E da prima vuolsi avvertire, che siccome il luogo, secondo notammo a principio, derivò probabilmente il suo nome da una famiglia romana che dovea avervi signoria, cosi ha motivo di ritenere antichissimo il distretto conosciuto col presente nome: ma noi volendone dire positivamente daremo principio da quell’epoca in cui lo troviamo registrato nelle pubbliche storie.
     Nel pubblico archivio adunque, giusta l’asserzione del Calindri, sono notizie del nostro distretto che risalgono fino al decimo terzo secolo: e si trova che il luogo oggi appellato Malapasqua era un forte posto via dell’Idice a difesa della medesima, ed era capo luogo di un comune i cui popolani furono in varii tempi danneggiati dalle guerre, e nel 1299 vennero dal senato bolognese giudicati degni di godere totale esenzione da qualunque gravezza appunto perchè poco prima erano stati miserevolmente affitti da quel terribile flagello. Anche nel 1326 Malapasqua facea comune da se, e trovasi scritto che dovette con altri molti comuni concorrere per ordine del consiglio di Bologna alla fortificazione del castello di Bisano, nè dopo quel tempo si fa più menzione della rocca Malapasqua, e del suo territorio come comune da se, ma trovasi incorporato con quello di Pizzano, senza poter rilevare il quando, e la cagione onde ciò avvenisse. Le prime memorie di Pizzano stesso si riferiscono alla metà del XIII secolo e ne danno certezza che qui pure era un luogo forte che doveva sorgere in vicinanza della chiesa attuale, e ciò viene confermato dall’avere il parroco presente rinvenuto certe pietre antiche, e un segmento di olla nello scavare le fondamenta del campo santo. Abbiamo dalle storie patrie, e specialmente dal Ghirardacci che i popoli del Fiagnano e di Piancaldoli uomini in que’ tempi fieri, e di aspri costumi, o fosse per vendicare antiche ingiurie, o fosse per l’avidità del predare, fecero un’improvvisa, e potente incursione su quel di Pizzano menando strage degli abitanti, e manomettendo tutto il territorio: la qual cosa non andò impunita, ma tornò in danno e ruina degli stessi invasori. Imperciocchè il senato di Bologna come seppe l’audace crudeltà di que’ malvagi pieno d’ira, e di mal talento fece preciso comando al capitano Giacomo da Bagni che si facesse vendicatore dei poveri oppressi, respingendo, e colla maggior severità castigando gl’invasori. Il quale comandamento fu in ogni sua parte compiuto, poichè coloro che poco prima erano entrati nell’altrui si videro privati del proprio; e colla prigionia, e col sangue scontarono le prigionie onde avevano afflitto i male arrivati Pizzanesi, e il sangue che dalle lor vene avevan versato. Quantunque però questi popolani avessero sofferte le narrate vessazioni pure nel 1307 concorsero per quanto era da loro a sostenere le spese necessarie per l’edificazione della fortezza di Sassiglione. Scorse non pochi anni in cui quei da Pizzano furon lasciati vivere nè trovasi registrato, che avessero a patir molto danno; ma bene ebbero a dimenticare tutta la loro felicità passata fosse pure stata a mille doppi maggiori, quando nel 1376 furono scopo dell’ira bestiale degli inglesi assoldati da Gregorio XI in numero di 2000 cavalli, e di 8000 pedoni e sottoposti all’imperio del cardinale Roberto Gebenna onde tentare di costringere i Bolognesi a lasciare l’alleanza dei Fiorentini e dei Visconti, e darsi alla chiesa. La qual cosa non potendo ottenere furono fatti infiniti guasti in tutto il territorio bolognese, e più particolarmente in Pizzano come narra la cronaca miscella nei seguenti termini -- I Bretoni andarono a Pizzano e ivi ebbero la fortezza, ch’erano poco forti, e quella rubarono, e presero grandi, e piccoli, e furono morti assai. Fu questo in Agosto. Pigliavano cosi le femmine, e i fantolini in cuna come gli uomini. Questo fu anche grandissimo danno. Sopra questa montagna non era mai scampato, nè fuggito alcuno, perchè mai non vi andò alcuna gente. Ma questo monsignor cardinale stava come aspettando di vedere molto male, chè quel Bretone che presentavali la sua spada bene insanguinata dicendo: ne ho morti oggi tanti: di quanti più diceva, ne faceva egli maggior festa, e in oltre gli sacrava le spade, come se noi fossimo rinegati. Ma non aveano ragione i Pastori della Chiesa. -- Qui è da notare che il cronista era stato spettatore degli avvenimenti e indignato da tante crudeltà non poteva tenersi dal non prorompere in dure parole contro i guidatori di una sì fiera milizia. Da tanta rovina non potè mai più rilevarsi il popolo di Pizzano, e non trovasi più rammemorata la sua fortezza, nè registrata alcuna gesta che mostri l’energia di un distretto abitato da forti ed animosi uomini. Nella terra onde parliamo ebbe anticamente stanza una potente famiglia i cui membri furono molto famosi, e si trovano celebrati fino alla metà del secolo XIV: e qui ci piace far cenno di alcuni. Tommaso da Pizzano nel 1271 andò ambascia per Bologna in Francia, dove dimorò più di 6 mesi. Nel 1292 Domenico di Giuliano da Pizzano era uno de’ procuratori del comune di Bologna. Nel 1302 un Pietro era degli Anziani in Aprile, e morì nel 1305; ed altri anziani di questa stessa famiglia trovansi negli anni seguenti. Un Valentino sostenne le parti di ambasciatore di Bologna in Romagna. Che se i membri di questa famiglia furono celebri per cariche civili furonvene pure alcuni nominati per cariche militari, come un Simone di Tedorigio capitano nel 1333, e un Marcello pure capitano nel 1360.
     Al presente questo territorio è un comune dipendente dalla magistratura di Monterenzo per le cose civili sotto il governo di Loiano. Il suo terreno essendo composto di un fondo tufaceo non è suscettibile di tutta quella coltura che generalmente vedesi praticato dalla perizia dei nostri coloni nella maggior parte dei poderi del contado: tanto più che nelle stagioni molto acquose va soggetto qua e là a frane che spesso distruggono l’opera dell’industrioso agricoltore. Sulla superficie del suolo incontrasi gran moltitudine di gusci d’ostrica, e di altri abitatori marini, e fu trovato un tronco di un ramo di rovere petrificato, onde ha luogo a ritenere, questi essere avanzi dell’universale diluvio. L’Idice scorre per questo territorio le cui acque incanalate artificiosamente danno moto ad un molino da grano che esiste fino dal 1299, e il ripiano in cui trovasi era allora chiamato Valbruccana come leggesi in un testamento di certo Osberghi veduto dal Calindri. Dal luogo detto i Castellacci in poca distanza dalla parrocchiale, e dove credesi che esistesse la fortezza di Pizzano, godesi di una veduta piacevolissima potendo l’occhio spaziare in molta distanza, ed essendo dilettato dalla varietà dei luoghi che gli si parano innanzi.

T."

 

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