Monterenzio - Testo descrittivo della Chiesa di San Stefano

(Monterenzio).

Le notizie sulla chiesa di San Stefano di Monterenzio sono state tratte dalla monumentale opera "Le chiese parrocchiali della diocesi di Bologna, ritratte e descritte" edita dalla Litografia Marchi e Corty, Tipografia di San Tommaso D'Aquino, 1844/1851

La Chiesa di San Stefano di Monterenzio, oggetto di questo scritto, è la quarantacinquesima chiesa che appare illustrata e descritta all'interno del Tomo II°, pubblicato nel 1847

Trascrizione integrale del testo contenuto nelle pagine descrittive della chiesa:

"Monte Renzio chiamato in antico Monte di Renzolo, Mons Renzuli la cui origine remotissima si perde nella caligine dei tempi, pare fosse posto non già dove sorge al presente la sua Chiesa Parrocchiale, ma bensì piuttosto nel luogo detto Torre de’ Pagani, dove rimangon tuttavia le reliquie di una antichissima torre di altezza circa venti piedi bolognesi in quadrato, con ampio cassaro volta poscia a colonica abitazione. L’antico Monte Renzio, a nostro avviso, sorgeva mezzo miglio distante dalla Chiesa in una vetta di Colle che s’innalza alla destra riva del fiume Idice per chi il tergo abbia volto alla sua sorgente. Per quanto laboriose cure e diligenti ricerche a noi non fu dato trovare memorie del Castello che oltre il mille, all’infuori del documento serbato nell’Archivio Estense dal quale si rileva che in un placito tenuto da Olderico, uno dei giudici di Ottone III, nel 998 era fra gli Assessori Teucio detto da Monte Renzoli; che Teucio era uomo di buona opinione e lodevole fama, e forse ancora Signore di Monte Renzio. Che Monte Renzio fosse Castello nel tempo sopraindicato pare fuori di dubbio, perciocchè tale era infatti al cominciare dell’undecimo secolo, e nomavasi il Castello di Renzolo, e ne era Signore Magifredo, o Mangifredo, uno degli antenati, a nostro giudizio, dei famosi conti conosciuti ne’ secoli posteriori col nome di Conti di Lojano. Questo Castello da Manginfredo fu ceduto per contratto al famoso Marchese Bonifacio che aveva condotta in moglie Richilda germana dello stesso Manginfredo, e che dopo la morte di lei passò a seconde nozze con Beatrice madre della celebre Contessa Matilde. Per oltre due secoli e mezzo manca, o si è perduta la storia di questo Castello; e solo ci è noto che nel 1297 fu dai Bolognesi munito di guardie e di ogni altra maniera di diffesa; lo che fa fede che da’ suoi primi Signori o coll’oro o colla forza sia venuto in dominio dei Bolognesi. Nel 1298 ne fu posto a sacco il territorio da quelli di Fiagnano e di Piancaldoli. E perchè fu tra le castella che patirono gravi danni nelle guerre fra il Marchese d’Este e i Bolognesi, nel 1299 venne dal Consiglio largamente sovvenuto, e gli abitanti di esso sgravati dal peso delle pubbliche imposizioni. — Narra lo storico Ghirardacci che Ugolino da Monte Renzio presa d’assalto e insignoritosi della Pieve di Barbirolo a Loiani, gli fu forza in seguito (con pentimento di averla presa pei danni che poscia gliene tornarono) di abbandonarla insieme agli altri suoi compagni. Monte Renzio concorse cogli altri Comuni nel 1326 alla fortificazione di Bisàno. Vicende ora prospere, ora avverse provò negli anni 1390, 1398, 1399. Un Giovanni di Lodovico da Monte Renzio nel 1403 mori in terra d’esilio.
     Due Chiese parrocchiali fino dal 1378 sorgevano in Monte Renzio l’una intitolata a Santo Stefano che è la presente, l’altra a Sant’Andrea di Scaruglio, riunite poscia nella metà del secolo seguente in una sola Parrocchia, a cui S. Andrea serve di Oratorio. Dalle reliquie di un libro antichissimo di Battesimo si rileva, che la chiesa parrocchiale sorgeva là dove sorge ora la Cappella di S. Andrea di Scaruglio, perciocchè in esso libro firmavansi,, Parrochia di S. Stefano e di S. Andrea.,,
     La Chiesa di Monterenzo o S. Stefano, si estolle in luogo eminente forse quanto il Monte delle Formiche, quantunque più agevole ne sia l’accesso. Il fiume idice traversa da una parte il territorio parrocchiale e a Levente il Sillaro ne forma frontiera. Nella Parrocchia avvi un luogo detto il Palazzo di proprietà Tanari e per emfiteusi dei Frontini, San Domenico del Cartagnari, S. Michele della Rocca proprietà dei Signori di questo nome. -- Santa Maria di Zena, Pizzano, Sassuno, Rignano, Cassano, Villa di Sassonero, sono i confini di Monterenzio.
     L’interno della Chiesa, e il palco a travi fanno fede dell’antichità di essa. L’altar maggiore, pur esso a travi, s’innalza sopra due gradini, e l’abbella il quadro rappresentante Santo Stefano, S. Ande drea e la B. V. in gloria; e le due Medaglie, in cui sono effigiate S. Appollonia e Santa Caterina. A lato avvi un quadro del 1635 che dall’Oratorio di Sant’Andrea di Scaruglio vi fu trasferito dal pio e benefico Don Onofrio Dormea, odierno reverendo Parroco; il quadro figura S. Andrea, S. Agata e San Donnino. -- L’ Altare a destra è sacro alla B. Vergine del Rosario; i misteri, e i due Angeli che reggono la Corona non sono privi di merito. L’Altare di faccia è intitolato a S. Lucia; e sono pregievoli i Santi ivi ritratti S. Carlo Borri, S. Rocco, S. Antonio Abate, S. Sebastiano, e la B. V. in gloria. Chi entra per la porta maggiore scorge a sinistra la nicchia del Battistero e più innanzi dallo stesso lato magnifica cantoria con organo eccellente. In onta al testamento (anno 1823) in virtù di cui il defunto Signor Pietro Frontini obbligava l’Erede Ignazio Rorati ad erogare, entro lo spazio di un quinquennio, Scudi cento a ristauro dell’Altar maggiore, la volontà del pio testatore rimane tuttora innapagata. Il campanile che coi sacri bronzi anche i più lontani invita alla preghiera, vi fu costrutto, volsero già settant’anni, per le solerti cure del Reverendo Parroco Don Petrigio Frontini, fratello del lodato e inesaudito Testatore. -- La festa titolare di S. Stefano in Monterenzo si celebra il secondo giorno di Agosto. Per oltre dieciotto miglia di cammino è lungi da Bologna. La Popolazione già di 300 abitanti è ascesa a’ giorni nostri oltre ai 400. -- Monterenzo in antico era sparso di spesse macchie e foltissimi boschi, e ciò si argomenta ancora dal ricco dono di capretti che il Comune largì a Sante Bentivogli, allorchè nel 1454 in Bologna se ne festeggiarono le nozze. Nel 1451 l’estimo dei Fumanti ascendeva a lire 3500, lo che addimostra o che i boschi erano popolati di gran numero di animali, o che la terra allora con più cura e più amore coltivata, rendea frutti maggiori che al presente, quantunque più estesa. Nè è a dubitare che allora i terreni fossero più fecondi, perciocchè in que’ tempi erano divisi la maggior parte fra piccoli possidenti, o fra coloni o agricoltori che li godevano in emfiteusi, o a livello perpetuo. E a tutti è noto che i terreni in molte proprietà divisi quando sono concentrati in poche e vastissime possidenze, si toglie ai piccoli proprietari il mezzo di coltivare e mantenere gli angusti poderi; ed è la maggior ruina anzi la morte dell’agricoltura e del commercio. L’aria vi è purissima e salubre, come in ogni luogo montano. Dolci le uve, saporite le frutta; le ciliege e le castagna di rara qualità. Moltissimi i boschi a legna, come pur il carbone, pochi la seta e la canepa, sufficienti i fieni pei Bestiami, i pascoli molti e salubri, creta e sabbia, o arena giallastra in parte indurita a consistenza di tufo; banchi di sassi fluviatili, che quest’ultima qualità in qualche parte attraversano sono i componenti del terreno di quella Parrocchia: Un rio di acqua sulfanina, e una sorgente perenne di acqua leggerssima e salutare che scaturisce dal luogo detto Scaruglio. Avvi in abbondanza la marcassita nel rio o fosso appellato Zel e nel rio detto dell’Osso. Olio di sasso nel rio dello stesso nome; molti i cristalli calcarei in iscogli spumosi traversati da grossi e lunghi strati di quarzo, i quali tagliano strati di verde argilla indurita come scoglio; vari frantumi gessosi di un gesso nominato speculum Asini, o dell’altra qualità detta scagliuola; grosse gariofilliti di sostanza fibrosa, quantità di nuclei di telline, i gusci della stessa qualità dei testacei, gusci d’ostrica, di dentali, di terrebratule, e qualche buccinite, strati di tufo ripieni dei suddetti gusci, varii operculiti gialliccii, e qualche tronco incarbonito, o dicasi di carbon fossile sono le rarità naturali che trovansi in questo territorio, nel quale altro borghetto non v’è che quello di Scaruglio.

DOTTOR A. ZAPPOLI"

 

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